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IO E TE, di Bernardo Bertolucci, Italia 2012, 97 minuti

di Marinella Doriguzzi Bozzo

La buona notizia è che una volta tanto non abbiamo letto l’omonimo  libro di Niccolò Ammanniti da cui il film è tratto, e quindi siamo esentati, volenti o nolenti, da qualsiasi confronto proprio e improprio. La cattiva notizia è che il tempo non solo passa, ma con Bernardo Bertolucci si è anche comportato male, inchiodandolo su una sedia a rotelle: lui, il regista della danza come liberazione e delle solitudini multiple come catarsi.

Che si tratti di un film d’Autore lo si vede fin dai titoli di testa: sobriamente bianchi su fondo nero, come negli anni sessanta, se si eccettua il vezzo moderno dei cognomi impressi in rosso; e lo si desume dai dettagli, nonostante il tema del luogo chiuso sia un prolungamento di Ultimo tango a Parigi (1972), L’assedio (1999), The dreamers (2003) perdendo comunque di magia con l’avanzare degli anni.

Il perché non è così facile a spiegarsi: sembra che il regista scelga i suoi interpreti e si appropri della loro storia non tanto in qualità di professionista, ma sotto la specie di uomo con molteplici rimpianti, sommandosi i limiti  della maturità ai vincoli dell’impedimento fisico.Per cui i due protagonisti sono come vampirizzati da qualcuno che si appropria dei loro corpi e, pago anche solo di questa vittoria, vi si prolunga o addirittura vi si reincarna. Non acquisendo più la bellezza degli attori come elemento distintivo, bensì le difettosità abbozzate  della giovinezza come emblemi di un momento che non torna, perché ha ancora bisogno di un futuro per completarsi ed esprimersi.

Così il quattordicenne Lorenzo è un accumulo di brufoli in un’epoca in cui l’acne è ormai sconfitta, si rapporta ad un ritmo interiore dettato sia dagli umori come dalla musica in cuffia, e la goffaggine motoria dell’adolescenza è affidata al fruscio ventoso di  felpe e materiali tecno nonché alle protesi di zaini voluminosi, traslocatori quotidiani di insondabili continenti. Mentre la ventitreenne sorellastra Olivia concentra nell’altezza stilizzata, nella  rigogliosità della biondezza e dell’accento siciliano il prolungamento dell’età di Lorenzo, minata da un passato e-forse-da un futuro da eroinomane (con  crisi di astinenza  avulse da qualsivoglia realismo clinico).

Per circa una settimana i due regrediscono alla condizione quasi fetale di primo uomo e di prima donna sulla terra, asserragliandosi per motivi diversi in una cantina. Che li obbliga ad una promiscuità della carne che lentamente si addolcisce nel reciproco riconoscimento degli affetti. Mentre la solitudine che li ha portati lì resta fuori, sospesa nell’eterno grido  di furore e passione, fragilità e ribellione che accomuna i giovani nel loro contraddittorio atteggiamento verso un mondo di simili e di dissimili: “Portatemi con voi” e “Non mi avrete mai”. Come  a sottolineare il bisogno di un’identità distintiva  che schiva la tentazione dell’omologazione e vuole quindi maturare nell’isolamento, ma   paradossalmente ha bisogno del confronto, se non con la comunità, almeno con l’altro. Per concentrarsi ancora un po’ nel calcolo dello slancio, prima di proseguire o di perdersi.

Il copione ha un prologo famigliare ambiguamente goffo e si dipana fortunosamente tra piccole forzature e ingenuità, mentre il carattere dei protagonisti è  affidato alla loro fisicità, agli atti che compiono e alle parole che dicono piuttosto che  alla perizia della recitazione, tra  sgradevolezze e esteriorizzazioni consolatorie  letterarie e abbastanza stereotipate.

Rimangono pertanto l’ambientazione (che da rifugio ostile si fa a poco a poco nido, in modo da  determinare lo schiudersi delle prerogative dei due) e la maniera di girare, tale da considerare il mondo circostante secondo l’orizzontalità dei dormienti. Perché è nelle primarie necessità fisiologiche e nel bisogno di stare sdraiati a condividere il buio che l’intimità coatta diventa prima avvicinamento, poi scambio  spontaneo e infine punto di vista da cui guardare agli accadimenti.

Le qualità del grande cineasta  si colgono dunque nei particolari, dal modo di inquadrare il misterioso arrivo di lei all’ordine meticoloso di lui, che colloca geometricamente le  vettovaglie, osserva un formicaio con la lente, schiva una madre di maniera e un padre lontano. Ma mancano le emozioni accerchianti, le rivelazioni che una storia dilata  nella coscienza degli spettatori, senza che gli elementi visivi rimangano corticalmente nella memoria.

Per cui, mentre da un lato  plaudiamo al ritorno di un regista disuguale ma comunque  amato, auspicando che questa nuova ripresa possa più ispiratamente proseguire, dall’altro ci poniamo una domanda: cosa può dire questo esile film a cinefili smaliziati ma non    celebrativi a prescindere, nonché ad un largo pubblico, giovane o meno che sia?

GIUDIZIO: sole/ombrello

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