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LA SEMPLICITA’ INGANNATA. SATIRA PER ATTRICE E PUPAZZE SUL LUSSO DI ESSER DONNE, di e con Marta Cuscunà

di Igor Vazzaz

Uno dei refrain più usati e abusati della nostra critica scenica, unitamente agli immancabili noncisonopiùautori, serriamolefilaadifesadelnostroteatro, comefaràlacriticaasopravvivere, è quello riguardante drammaturgia e spettacolo al femminile. Come se l’espressività sia inoppugnabilmente questione di gender. Non vogliamo liquidar temi complessi (sono i refrain a banalizzare), ma restiamo convinti, innamorati come siamo e non da ieri di alcune grandi “attautrici” (Franca Valeri e Lucia Poli su tutte), che la questione di cui sopra sia sovente posta in maniera oziosa, quando non letalmente “luogocomunista”.

Ci apparecchiamo così a vedere la Marta Cuscunà di cui si dice un gran bene (all’attivo l’apprezzato È bello vivere liberi, monologo ispirato alla storia di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana), senza arrovellarci sulla di lei definizione sessuale, bensì con la curiosità per uno spettacolo che s’annuncia composito e ricco sotto il profilo performativo.

La semplicità ingannata si apre con una ridicola marcia nuziale in Midi e il sorriso smagliante d’una biancovestita sposa che illustra, battitrice in un’improbabile asta da mercato della carne, le qualità di donne da marito offerte a uomini con doti ribassate. Metà Cinquecento: il ghigno d’una scrittura che si vorrebbe satirica e tagliente, catapulta la sala in un mondo di contabilità nuziali, voti e veli imposti, ipocrisie familiari con l’attrice che alterna segmenti di narrazione (rapida, talvolta sin troppo brillante) a raffigurazioni di caratteri, in un gioco di rimbalzi interpretativi.

Il tratto principale è comunque la caricatura di un mondo, di una realtà storicamente attestata, di un’epoca inquadrata secondo un punto di vista che definiremmo illuministico: ah, com’eran cupi, quei tempi cupi! Smesso l’abito sponsale, Marta Cuscunà impiega un poco a intercettare le frequenze del pubblico; la prima metà dell’assolo attorico risulta, infatti, sospesa, talvolta algida, nonostante alcuni spunti strappino sorrisi non circostanziali.

Scena spoglia, non fosse per alcuni sparuti arredi, ivi compreso il tavolo sulla destra con le sei pupazze del sottotitolo: figure bombate, a ricordar le matrioske russe, hanno fattezze buffe d’altrettante suore. La recita, dipanatasi tra puntualizzazioni storiche, digressioni di costume e brevi sketch, si concentra sulla misconosciuta vicenda del convento delle clarisse di Udine, nella seconda metà del secolo XVI al centro d’una peculiare e insidiosa querelle con l’istituzione ecclesiastica centrale: le monache, sfruttando un contesto favorevole, riuscirono a costruirsi un’importante indipendenza (in prima istanza culturale, poi addirittura d’appoggio sociale), quasi animando una sorta d’insurrezione religiosa rispetto al rigido potere costituito di Santa Romana Chiesa. È nella seconda parte dell’allestimento che Marta Cuscunà denota una non comune abilità nell’alternare di registri, dal monologar narrante all’interpretazione polifonica delle sei monachelle, slittando di voce in voce con ammirevole disinvoltura.

Lo spettacolo decolla, il ritmo si fa incalzante, la scrittura sembra voler sfruttare ogni risorsa, ogni trucco, peccando forse di scarsa centratura: la continua variazione di forme (drammaturgiche, non ci riferiamo qui alla recitazione, vero punto forte dello spettacolo) è forse a rischio d’incoerenza complessiva. In altro senso, La semplicità ingannata ci pare soffrire, purtroppo, d’una stasi di fondo, a ingabbiare l’apprezzabile verve interpretativa: il senso del lavoro resta incagliato nel pelago caricaturale, nella tacita considerazione di quanto il passato sia da squalificare, come se noi “contemporanei” potessimo dirci comodamente assisi sulla vetta della Storia. Non ci basta, ostinati come siamo a pensare che in scena debba vedersi il dubbio e non lo spaccio di certezze sin troppo facili. La Chiesa è (stata) cattiva? E allora? Se manca la sorpresa, il guizzo, quel qualcosa da “portarsi a casa” (o almeno il tentativo in tal senso) che vorremmo sempre essere il lascito di una fruizione, non possiamo accontentarci del ricordo pur divertito di un’attrice dalle indubbie doti. Tutto questo, al di là della drammaturgia al femminile e di qualsivoglia considerazione di contorno, di cornice sociale, culturale o d’altra matrice. Nondimeno, rispetto alle perplessità espresse, il pubblico applaude, felice e rassicurato, buon per lui.

GIUDIZIO:  1 ombrello

Prossimamente:  14 novembre, Monfalcone, T.Comunale; 21-24 novembre, Genova, T.della Tosse; 15 dicembre Mira (VE), T.Villa dei Leoni

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