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VALERIO NARDONI, CAPELLI BLU, EDIZIONI E/O, 144 P, 16 EURO

di Giuseppe De Marco

Un primo romanzo è, per definizione, un’opera acerba. Tutt’al più ricca di potenzialità, a volta latenti. In alcuni casi il potenziale si avverte con maggiore intensità. Qualche volta colpisce in modo inaspettato. Raramente, ti stende.

Stop. Siete arrivati.

Di Valerio Nardone, livornese classe 77, il lettore medio saprà poco. A meno che non sia un appassionato di poesia spagnola o un ammiratore del poeta Mario Luzi, di cui Nardoni è stato collaboratore. Sì perché il nostro, critico e traduttore, è anche, Dio lo perdoni, poeta. Anzi peggio, procacciatore di poeti, visto che ha fondato una casa editrice apposita e si è dato anche la pena di istituire un premio internazionale di poesia.

Cosa può spingere a leggere un’opera prima di un critico, traduttore e per giunta poeta? Difficile dirlo. Ma qualunque cosa sia, conviene non lasciarsela sfuggire. Sempre che non si voglia perdere l’occasione di gustarsi una piccola e piacevolissima sorpresa letteraria. Jilium, che nonostante la laurea in Storia dell’arte  (o forse, ahilui, proprio per questo) di mestiere fa il cassiere in un discount, si imbatte una sera in una ragazza da capelli blu, stesa apparentemente senza vita proprio di fronte al portone di casa sua.

Da questo incipit di genere, si dipana pagina dopo pagina un intreccio frastornante. Seguiamo il protagonista mentre porta a casa il corpo della giovane donna; lo associa a quello di una ragazza conosciuta pochi giorni prima in un Megastore: capelli blu entrambe, impossibile sbagliare. E poi, in un crescendo di azioni irrazionali (ma sono vere o immaginate?) si finge il suo rapitore rispondendo ad un malavitoso che la cerca al telefonino; nasconde la borsa della ragazza e un gruzzolo sospetto di banconote spuntate dalla custodia degli occhiali. Della ragazza, ad ogni modo, il giorno dopo non c’è più traccia.

L’autore dà l’idea di essersi divertito a tessere abilmente una trama giallo/noir su un ordito onirico e a tratti surreale, dando vita ad un ricamo di gran lunga più complesso e articolato di quanto possa apparire ad una prima impressione. Che volendo (e non a caso, c’è da scommetterci) è un po’ quello che accade con la poesia. Dove le parole riescono sempre a nascondere una realtà multistrato, che pare lì a portata di mano e poi magari ti sfugge.

Così è anche per questo libro. Che è una riflessione straniante sull’io e sull’insostenibile precarietà dell’essere. Ma è anche un piccolo spaccato dell’oggi, dei giovani e di una società nella quale tutti sembrano navigare a vista. Come il protagonista del racconto, un “funambolo senza fune” che starebbe bene in un film di Fellini come in un libro di Dostoevskij. Oppure, volendo, è un giallo in piena regola, sebbene in realtà piuttosto fuori dalle regole.

Chiaro no? O forse no, per niente.  Ma non importa. Perché come detto è forte il sospetto che proprio questa sia in fondo l’intenzione dell’autore. Suggerire dalle spalle, spargere indizi qua e là e mescolare il tutto in una narcotizzante cortina fumogena. Complice la memoria confusa e selettiva di Jilium, per cui quello che appare vero in una pagina viene smentito in quella successiva, ben presto ci si lascia coinvolgere in un labirinto dove quasi niente e nessuno sono quello che sembrano, e perfino l’io narrante passa con disinvoltura dalla prima alla terza persona.

Se ne esce con la sensazione di non sapere se si è appena fatto un sogno o un incubo. Vagamente felici e oscuramente inquieti. Non è già molto di più di quanto si possa chiedere ad un’opera prima?

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E’ ORA!

www.giudiziouniversale.it

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In anteprima l’editoriale con cui Remo Bassetti presenta il sito www.giudiziouniversale.it 

E’ ormai indelebile nella memoria collettiva la maniera in cui Bettino Craxi fu espulso dal proscenio politico: sotto un lancio di monetine davanti all’Hotel Raphael. Caduto nell’oblio, invece, è uno dei modi principali con cui la scena politica cercò di guadagnarla. Un bel giorno se ne uscì dicendo una cosa del tipo: “Noi socialisti non ci riconosciamo nella tradizione marxista. E’ venuto il momento, piuttosto, di rivalutare Proudhon”. Forse chi fosse il filosofo lo sapevano in pochi, ma di sicuro erano il quadruplo, specialmente nell’ambito parlamentare, di quelli che lo sanno oggi. Eppure Craxi ritenne quel riferimento una mossa politica adeguata e spiazzante. Come si vede, dunque, egli non fu solo quel dubbio precorritore della modernizzazione, come oggi viene ricordato da coloro che intendono riabilitarne la figura, ma fu ancora e a pieno titolo un uomo appartenente a una fase culturale del nostro paese che sembra oggi lontana anni luce. Una fase nella quale il background della nostra classe politica era ancora informato a un’educazione umanistica e ai suoi codici. E’ evidente a tutti che oggi, per ignoranza non meno che per calcolo, nessuno si sognerebbe di citare Proudhon per prendere voti, avendo a disposizione argomenti e forme retoriche più spicce, volgari e didascaliche.

Ma a questo scarto, che potrebbe persino apparire un’evoluzione positiva, in senso democratico e anti-elitario, è direttamente collegata una conseguenza importante: ipocrita o meno che fosse il suo volare su temi elevati, Craxi dovette abbandonare il paese a fronte di alcuni scandali; oggi, scandali non meno impressionanti suscitano fastidio verso colui che li denuncia, e la reazione di una buona parte della popolazione si sostanzia in un: “E allora?”. Così, all’indifferenza di quella parte di popolazione ci si può appoggiare per rimanere al potere, giocando a semplificare la coincidenza tra consenso popolare e democrazia.

Di fronte a questo l’intellighenzia si divide in due. Da una parte vi è chi continua in un puntuto inseguimento delle infrazioni, provando a dimostrare che le corruzioni non hanno spostato dieci milioni ma venti, che i reati non sono cinque ma cinquanta. Il che sarà pure eticamente meritorio, ma da solo è finalisticamente sterile. Per indignarsi basterebbero ( e avanzerebbero) dieci milioni e cinque reati: se uno dimostra di essere immune è inutile insistere e rilanciare. Sarebbe come convincere un sordo della bellezza della musica proponendo al suo ascolto strutture armoniche sempre più complesse. Dall’altra parte, vi è un compiaciuto elogio del fantuttismo: chi è al potere fa quello che tutti fanno e vorrebbero fare. Perché i magistrati se la prendono con lui? Dopo di che, il fantuttismo viene elevato a morale dominante e prêt-à-porter, e dietro il codardo paravento della trasgressione altrui si nasconde un’arroganza priva di ogni splendore nietzschiano. Da questa sostanziale incomunicabilità di mondi non si esce se non si entra nell’ordine di idee di: 1) capire perché c’è quel consenso; 2) capire attorno a quale collante alternativo, e socialmente compatibile, può essere costruito un nuovo consenso; 3) spiegare perché il secondo collante è preferibile al primo per la collettività e, di riflesso, per l’individuo.

Una microcondotta capace di far saltare i nervi a chi vive in una città è bloccargli l’uscita dell’automobile con il proprio veicolo. Sono certo che sull’antisocialità di questa ostruzione ognuno dei nostri anti-moralisti avrebbe pochi dubbi: trovandosi nel ruolo della vittima sbraiterebbe contro il sopruso e, persino, chiamerebbe un vigile. Non direbbe che bisogna mediare tra le due posizioni invece che criminalizzare quello che ha parcheggiato male, o candidarlo ad assessore alla viabilità; non direbbe che con il morire delle ideologie tutte le distinzioni sono sfumate, che bisogna riscrivere il codice della strada, non accetterebbe di essere definito un rudere del passato, insensibile alla modernità e ai costi che essa comporta né uno snob che subito si pone su un presunto piano di superiorità civica rispetto all’interlocutore. Non accoglierebbe a capo chino quest’ultimo quando, con ancora tracciato all’angolo superiore del labbro il baffo del cappuccino che ha appena consumato al bar, gli dicesse: “Ma insomma… lo fanno tutti!”. E nessuno, in questo caso, difenderebbe ideologicamente il primo automobilista, a meno di non coltivare, molto scioccamente, l’intima certezza di potersi trovare nella vita sempre nella parte di quello che blocca, e mai in quella di chi viene bloccato.

La vita pubblica, ma anche quella privata, è ormai un percorso accidentato, disseminato di ignoranze e inciviltà. Ciò è potuto accadere perché la cultura è stata gradualmente espulsa dai contesti che dominava – cominciando dalla politica ma finendo persino con la scuola e l’editoria – ed è stata sostituita da una nuova prospettiva che però, come ultimo onore delle armi al caduto, o forse supremo scippo d’identità, ha preso a fregiarsi anch’essa dell’appellativo “cultura”: è la “cultura aziendale”. Sia chiaro che l’azienda è un motore sociale, e non necessariamente s’identifica con la grettezza e l’egoismo: però è una cosa diversa dalla cultura, con la quale deve continuamente misurarsi e convivere, integrarsi e sovrapporsi. Rimane il fatto che in alcuni casi è prioritaria la quadratura dei bilanci e in altri l’affermazione di valori umani irriconducibili all’arricchimento e alla produttività.

Le più impressionanti dismissioni a favore dell’azienda sono avvenute proprio da parte della politica e dell’editoria. Il cavallo di Troia attraverso cui l’azienda è penetrata nei settori cardine della vita sociale è il target: per effetto di questo strumento la politica non è più l’esercizio della persuasione rispetto a un’idea originaria bensì l’appalto della propria azione ai sondaggi e agli istinti dei consumatori. Non diversamente agiscono i giornali che, formatisi un pubblico, lo corteggiano confermandolo nelle opinioni che già possiede. Ognuno rimane avvinghiato al suo media (sia esso il Tg4 o il quotidiano Repubblica) come a una coperta di Linus e la circolazione delle idee, che si sviluppa nel confronto aperto tra le opinioni piuttosto che nella chiusura di ognuna nel suo recinto, muore miseramente. Allo specialismo professionale, che già modella spesso personalità meno ricche e sfaccettate, si aggiunge lo specialismo umano, la cristallizzazione della personalità individuale secondo gli schemi dettati dal target di appartenenza.

Ci sono vari modi in cui potremmo presentare questo magazine on line: un sito che recensisce tutto, un quotidiano culturale, una rivista espressione di impegno civile. Tra tutti, scegliamo questo: vogliamo essere il partito-cultura. Immaginando e sperando che ancora un anfratto ci sia nel mondo dominato dal partito-azienda e usando quest’immagine senza la pretesa di aspirare a rappresentanze parlamentari.

Per cosa può combattere un partito-cultura? Alcuni obiettivi affiorano d’impulso: la riqualificazione professionale e salariale dell’intero corpo insegnante, che dovrebbe essere la spina dorsale di una civiltà; la diffusione nel corpo sociale dello specifico femminile, dunque non la semplice emancipazione della donna ma la valorizzazione dell’identità di genere quale modello culturale rilevante, e anzi paradigmatico; la netta apertura verso la società multirazziale, pur con la cura di gestirla piuttosto che farsene travolgere; la difesa delle istituzioni, in uno con la tutela dei criteri per la loro credibilità; il ruolo attivo dello Stato nella promozione dei valori costituzionali; il ripensamento del modello di sviluppo consumistico. Frequentemente, dunque, di questi temi qui si troverà traccia.

La ricetta che seguiremo, il più delle volte, sarà quella della “recensione”, applicando lo schema al materiale culturale tradizionale – del quale proporremmo un’offerta complessiva che aspira a non avere molti eguali sul web e nemmeno su carta – ma anche a tutto ciò che è in qualche modo rivelatore del nostro tempo. Ci ispireremo a un modo di sentire la cultura che è allegro, lieve talvolta, quasi edonista, mai penitenziale. Proveremo a dimostrare che internet non significa la morte della cultura, e tanto meno della lettura, cercando anzi di rendere reciprocamente funzionali i rimandi tra la carta e la rete: il nostro stesso progetto troverà compimento con la pubblicazione di libri. Considereremo una ricchezza il binario parallelo che la forma-sito impone ai pareri degli esperti e agli interventi scompaginanti dei lettori, e la contaminazione in genere. Il sito, che riceverà aggiornamenti quotidiani, ambirà, nel suo impeto “universale” a divenire una piccola, essenziale enciclopedia del presente. Confideremo, in questo modo, di scuotere gli animi dai rischi dell’apatia, dell’isolamento, dell’egocentrismo. Perché, se è vera la nota asserzione che la cultura è ciò che rimane quando si è dimenticato tutto, è ancora più vero che la cultura, la politica e la solidarietà sono quelle che mancano, tutte insieme, quando si sono dimenticati gli altri.

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Inside news: la redazione è febbrilmente al lavoro sugli ultimi ritocchi, stiamo tentando di familiarizzare con il programma che permette l’inserimento degli articoli… Intanto domani in anteprima sarà online il primo editoriale del direttore Remo Bassetti: trombe sassofoni e fuochi d’artificio!

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In tempi di cocaina in Parlamento e Gomorra al Governo,  ripubblichiamo una recensione di Roberto Saviano su Antonio Bardellino, capoclan dei casalesi

Antonio Bardellino, il mitico boss del casertano, l’uomo che ha sconfitto Cutolo, l’uomo che pur essendo nemico dei Corleonesi riuscì a non sfidarli e a non subire affronto alcuno nonostante la sua alleanza con le famiglie perdenti di Cosa Nostra legate a Tano Badalamenti. Antonio Bardellino non aveva soprannomi. E’ forse l’unico grande boss senza soprannomi. Forse questa assenza di contronomi, per il semplice e rispettoso “don Antonio”, era dovuta alla sua capacità di mediare su ogni conflitto e ogni contrasto. Don Antonio non voleva che fosse la crisi il perno di continuità degli affari di camorra, ma fossero gli incontri, le spartizioni, le mediazioni. Tutto ovviamente dopo la sua vittoria, e tutto ovviamente sotto la sua egemonia. Non c’è mediazione vera se il mediatore non è colui che realmente comanda. E questo Metternich l’aveva insegnato a Bardellino. E ogni volta che c’erano contrasti sapeva come risolverli. Le armi erano l’ultima ipotesi, quella al sapore dell’inevitabilità.

L’intuizione della cocaina
Antonio Bardellino era il capostipite delle famiglie casalesi, il cartello criminale più feroce e sconosciuto d’Italia. Era stato il primo in Italia a comprendere che sul lungo termine la cocaina avrebbe di gran lunga soppiantato l’eroina. Eppure per Cosa Nostra e molte famiglie di camorra, l’eroina continuava ad essere la merce prima. Gli eroinomani sono vere e proprie cassaforti di danaro, mentre la coca negli anni ’80 aveva la caratteristica di essere una droga d’élite. Antonio Bardellino aveva compreso però che il grande mercato sarebbe stato di una droga capace di non massacrare in breve tempo, in grado di essere come un aperitivo borghese: creò così una ditta di import-export di farina di pesce che esportava dal sudamerica ed importava nell’aversano. Farina di pesce che nascondeva tonnellate di coca. Bardellino l’eroina che trattava la smerciava in America mandandola a John Gotti, facendogli inserire la droga nei filtri di macchine per il caffè espresso. Una volta 67 chili di eroina vennero intercettati dalla narcotici americana, ma per il boss di San Cipriano d’Aversa non fu una disfatta. Fece telefonare a Gotti pochi giorni dopo: “Adesso ne mandiamo il doppio con altri mezzi”, il quintale non venne mai recuperato. Dall’agro aversano nacque il cartello criminale che seppe opporsi a Cutolo e la ferocia di quella guerra è ancora presente nel codice genetico dei clan casertani. Negli anni ’80 le famiglie cutoliane vennero eliminate con poche operazioni militari ma di potenza violentissima: i Di Matteo, quattro uomini e quattro donne, vennero massacrati in pochi giorni, i casalesi lasciarono vivo della famiglia solo un bambino di 8 anni. I Simeone invece furono uccisi in sette quasi tutti nel medesimo tempo, come dire al mattino la famiglia era viva, presente e potente, la notte stessa era scomparsa. Massacrata. A Ponte Annicchino nel marzo dell’82 i casalesi posizionarono una mitraglietta da campo, di quelle usate nelle trincee dai guerriglieri, e spararono massacrando quattro persone.

Un carro armato alla stazione
Antonio Bardellino era amico di Tommaso Buscetta, con cui aveva diviso una villa in Sudamerica. Il cartello dei casalesi è in assoluto il gruppo imprenditorialcriminale capace di fornire sul piano internazionale referenti non solo di gruppi ma di interi eserciti. Durante la guerra anglo-argentina del 1982, la guerra delle Falkland, l’Argentina visse il suo periodo di isolamento economico più cupo. Così don Antonio Bardellino capì che era il momento giusto e senza prender parte a questioni ideologiche o strategiche entrò in affari con la difesa argentina, divenendo l’imbuto attraverso cui far discendere le armi che nessuno avrebbe potuto vendere ufficialmente. I clan si erano equipaggiati per una lunga guerra, invece il conflitto era iniziato a marzo e a giugno già se ne vedeva la conclusione. Pochi colpi, pochi morti, pochi consumi. Una guerra che serviva più ai politici che agli imprenditori, più alla diplomazia che all’economia. Ai clan casertani non conveniva neanche venderle all’Argentina del generale Galtieri. Meglio attendere una nuova emergenza bellica che avrebbe impennato i prezzi, piuttosto che svendere per accaparrarsi un guadagno immediato. Il giorno stesso in cui venne decretata la fine del conflitto fu intercettata una telefonata intercontinentale tra l’Argentina e San Cipriano d’Aversa. Due sole frasi, sufficienti però a comprendere l’intera potenza delle famiglie casertane e la loro capacità diplomatica: – Pronto? – Sì. – Qua la guerra è finita, mo’ che dobbiamo fare? – Nun te preoccupa’, un’altra guerra ci sarà… La saggezza del potere di don Antonio possiede una pazienza che spesso gli imprenditori più abili non possiedono. I casalesi nel 1977 avevano trattato l’acquisto di carri armati, i servizi segreti italiani segnalarono che un Leopard smontato e pronto per essere spedito si trovava alla stazione di Villa Literno.

Diplomazia con lo Stato
Una volta, ero ragazzino, ci fu un assalto di massa alla caserma dei carabinieri di San Cipriano d’Aversa. Decine di persone volevano distruggere gli uffici e pestare gli ufficiali perché alcuni carabinieri avevano osato intervenire durante un litigio tra due ragazzi del paese nel bel mezzo di una serata di spettacolo per i festeggiamenti patronali. I ragazzi si stavano pestando. Uno aveva guardato in faccia l’altro. Da queste parti lo sguardo è territorio. Fissare troppo un viso significa invaderlo, entrare negli appartamenti dei propri occhi, offenderlo, come strizzargli le palle. E così i carabinieri intervennero, li divisero e per questo osarono intervenire in una disputa. Innescarono una rabbia collettiva, in poco tempo decine di ragazzi del paese volevano sfasciare la caserma. La caserma dei carabinieri di San Cipriano è schiacciata in un vicolo, non c’era via di salvezza per marescialli e appuntati. Dovettero intervenire i capizona del clan per sedare la rivolta, direttamente mandati dai boss a salvare il manipolo di carabinieri. Don Antonio Bardellino aveva suo fratello Ernesto sindaco del paese, ma fece intervenire i suoi uomini per salvare i carabinieri. Don Antonio, era sempre lui a mediare tra la necessità militare e la volontà di mantenere un clima disteso. Una volta misero una bomba sempre fuori dal commissariato. Sempre lo stesso. Un gesto di ribellione di un affiliato che era stato maltrattato dai carabinieri. In pochi giorni don Antonio fece consegnare i responsabili. Non semplicemente ordine pubblico aggiunto, ma una sorta di volontà di insegnare la prassi corretta d’azione, aveva iniziato la grande trasformazione del clan in azienda. E poi in fondo la caserma dei carabinieri era in fitto. E il fitto lo pagava ad un prestanome di Bardellino. Per don Antonio la diplomazia era un’arma. Come la falange per le truppe macedoni d’Alessandro. Mediare significava avere sotto controllo chi per evitare conflitto doveva rivolgersi a lui. E il conflitto è già di per sé perdita. Può valer la pena solo quando la perdita è una febbre salutare, una sorta di salasso terapeutico. Ma don Antonio dopo decenni di potere partì per Santo Domingo. Se ne andò dal trambusto italiano. E lì si fece una famiglia altra. Figli mulatti, ma tutti con gli stessi nomi dei figli aversani. Così non si sbagliava col chiamarli e con gli onomastici da festeggiare.

La trappola mortale
Usarono le spigolosità della diplomazia camorristica per raggiungere i loro scopi i suoi due pupilli Mario Iovine, detto Marittiell’, e Francesco Schiavone, detto Sandokan per la sua somiglianza a Kabir Bedi. Volevano diventare loro i nuovi capi e sapevano che l’avrebbero potuto essere solo facendo scoppiare una guerra interna al sodalizio. Come racconta il pentito Carmine Schiavone, i due boss pressarono Antonio Bardellino per farlo ritornare in Italia e cercare di eliminare Mimì Iovine, fratello del boss Mario Iovine, che aveva un mobilificio ed era formalmente estraneo alle dinamiche di camorra ma che secondo i due boss aveva per troppe volte svolto il ruolo di confidente dei carabinieri. Per convincere il boss gli avevano raccontato che persino Mario Iovine era disposto a sacrificare suo fratello pur di mantenere ben saldo il potere del clan. Bardellino si lasciò convincere e fece ammazzare Mimì mentre stava andando a lavoro nel suo mobilificio. Dopo l’agguato, nell’immediato, Sandokan fece pressione su Mario Iovine per eliminare Bardellino dicendogli che aveva osato uccidere suo fratello per un pretesto, soltanto per una voce. Un gioco doppio che sarebbe riuscito a mettere contro Mario Iovine il più maturo tra i delfini del boss e il boss stesso, Antonio Bardellino. I casalesi iniziarono ad organizzarsi, Schiavone avrebbe dato l’appoggio totale per l’eliminazione di ogni residuo bardelliniano, erano tutti d’accordo i suoi delfini per eliminare il capo dei capi, l’uomo che più di tutti in Campania aveva creato un sistema di potere criminal-imprenditoriale. Il boss fu convinto a spostarsi da Santo Domingo nella villa brasiliana, gli raccontarono la balla che aveva l’Interpol alle costole. In Brasile lo andò a trovare Mario Iovine con il pretesto di mettere a punto i loro affari circa l’impresa di import-export di farina di pesce/coca. Un pomeriggio Iovine non trovandosi più nei calzoni la pistola prese una mazzuola, sfondò il cranio di don Antonio e seppellì il corpo in una buca scavata sulla spiaggia brasiliana. Il corpo però non fu mai trovato. Eseguita l’operazione il boss telefonò immediatamente a Vincenzo De Falco per comunicare la notizia e dare inizio alla mattanza di tutti i bardelliniani. Paride Salzillo, nipote di don Antonio Bardellino, venne invitato ad un summit tra tutti i dirigenti del cartello casalese, lo fecero sedere al tavolo e poi d’improvviso Sandokan a mani nude lo strozzò, mentre suo cugino, suo omonimo conosciuto come Cicciariello, ed altri due affiliati, Raffaele Diana e Giuseppe Caterino, gli tenevano gambe e braccia. Con le mani lo doveva uccidere. Sandokan doveva mostrare a tutti i boss che lui era l’erede, che era lui per diritto di ferocia il nuovo leader del casalesi. Salzillo doveva finire strozzato come l’impero di Bardellino.

La mediazione crocifissa
Antonio Bardellino aveva creato un sistema complesso di dominio e tutte le cellule imprenditoriali che si erano generate nel suo seno non potevano restare ancora per lungo tempo compattate negli scompartimenti gestiti direttamente da don Antonio, avevano raggiunto maturazione e dovevano esprimere tutto il loro potere, senza più vincoli di gerarchia. E don Antonio a forza di mediare si trovò vittima dei suoi delfini, che sapevano che solo attraverso un conflitto vero avrebbero potuto sconfiggere il boss, la cui diplomazia lui credeva l’avrebbe salvato per sempre. Ma qualcuno ancora crede che don Antonio sia vivo. Il suo cadavere non è mai stato trovato. Quando scavarono nella sua tomba ufficiale, riesumarono il cadavere di un nero. Quando fu ucciso, in paese, a Casal di Principe come a San Cipriano d’Aversa, vecchi contadini crocifissero delle civette ai portoni delle masserie. Chiodi nelle ali e loro, le civette, lentamente ferme a morire. Urla così strazianti di dolore che avrebbero fatto allontanare gli spettri, i demoni, una vecchia usanza contadina aversana che non avrebbe evitato le centinaia di morti per faida. Quello strillo oggi è divenuto il simbolo della mediazione diplomatica fallita. Ad oggi si preferisce il conflitto, muscolo contro muscolo. Ferocia contro ferocia. E il trionfo di questa ferocia è l’unica garanzia di pace. 

> Antonio Bardellino: sparito nel nulla nel 1988, è stato il padrino del cartello dei “casalesi”, confederazione delle famiglie camorriste del casertano che hanno affari legali ed illegali in Campania, basso Lazio, parte dell’Emilia Romagna, Umbria, Toscana, ed oltre 27 paesi al mondo tra cui Scozia, Santo Domingo, Spagna e Polonia

> Camorra: 3.600 morti in 26 anni è il gruppo criminale che ha ucciso di più in tutt’Europa. Più dell’Eta, più della mafia, più delle Brigate Rosse, più della somma di tutti i morti di tutti gli attentati terroristici avvenuti in Europa

> Il maxiprocesso contro il clan dei casalesi: svoltosi al tribunale di Santa Maria Capua Vetere e chiamato Spartacus, come il gladiatore ribelle che proprio da queste terre tentò la più grande insurrezione che Roma avesse conosciuto. Il più grande processo contro un cartello criminale per numero di imputati e condanne proposte, durato sette anni e ventuno giorni per seicentoventisei udienze complessive. Cinquecento testimoni sentiti, oltre ai 24 collaboratori di giustizia, di cui 6 imputati. Acquisiti 90 faldoni di atti, sentenze di altri processi, documenti, intercettazioni. Un processo conclusosi nel settembre 2005, con 110 condannati 70 dei quali all’ergastolo, nell’assoluta indifferenza della stampa nazionale

> Norimberga: mentre ero lì in attesa come tutti della sentenza, pensavo che quello non era un processo come altri, non un semplice e ordinario processo contro delle famiglie camorriste della provincia meridionale. Quello sembrava una sorta di processo alla storia, come una Norimberga di una generazione di camorra, ma a differenza dei generalissimi del Reich molti dei camorristi che lì erano in gabbia continuavano a comandare, ad essere i riferimenti dei loro imperi. Una Norimberga senza vincitori  

(dal numero 16 di Giudizio Universale, settembre 2006)

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Ricordiamo Alda Merini con un suo articolo scritto per Giudizio Universale esattamente due anni fa. A rileggerlo oggi è quasi un testamento spirituale.

La domanda se rinasco? E’ una domanda strana. E poiché non credo alla resurrezione, e sono sempre stata una donna felice, non saprei cosa rispondere. Io rifarei tutto il mio percorso storico, ma mi fermo a volte su un problema che non ho mai risolto: che cos’è il male? E non parlo solo del male fisico, ma soprattutto del male morale. Il manicomio creava malesseri infernali, ma Basaglia, con la legge 180, non intendeva sguinzagliare i malati per le strade e farne una specie di carneficina: voleva strutture complete, dove l’ospedale psichiatrico fosse anche associato alla felicità del malato. Invece ci si è trovati di fronte a una strana inflorescenza: i medici bravacci, i soccorritori improvvisati, aggiunti a gente incompetente. Io mi meraviglio del fatto che in una società così avanti, la malattia mentale sia guardata con sospetto e i malati siano visti come degli invasati o degli indemoniati. Siamo tornati al medioevo. La religione non ci aiuta più. E soprattutto nei manicomi il malato era considerato un oggetto senz’anima, uno schiavo ingiustamente punito.

L’anima è un concetto astratto. Nessuno ha mai visto l’anima mentre è più facile vedere un bel corpo o un corpo deforme. L’apparenza non è uguale al pensiero, pensiamo a Leopardi, pensiamo a tanti altri geni che non avevano la fortuna di essere delle veline. Però, insomma, mentre una volta si studiava senza vedere l’autore, oggi l’autore va visto a tutti i costi, come un bel paesaggio, e non si tiene conto del fatto che l’autore per creare ha bisogno della solitudine: io dico che in manicomio questa solitudine l’ho trovata.

Un’infanzia difficile non fa presagire un buon successo nella vita. Però i bambini del mio tempo erano furbi e caparbi, e avevano scoperto che l’obbedienza è la prima regola della disobbedienza: quindi inventavano evasioni a margine di una buona condotta. Si sa che quanto si dice del bambino è un po’ una favola. C’è nel bambino l’uomo in nuce, il principio dell’uomo che sarà cattivo o meno a seconda dell’educazione e delle sue inclinazioni. Questa scoperta del bambino dovrebbe essere fatta dalle madri per agevolare le inclinazioni dei loro figli. E’ una cosa che raramente le madri sanno fare, volendo impartire al figlio quelle lezioni di moralità che li renderà felici. Immorale è la conquista della felicità non pagata. Oggi i figli hanno tutto pronto in casa. E perciò va in giro una grande catena di squilibrati e malcontenti. Tenuto conto che l’uomo, come dice San Francesco, è fatto di terra con un soffio d’anima, si può parlare anche di morte per l’uomo che si crede eterno. In manicomio tutto questo l’ho vissuto ogni giorno, potevamo morire, ma ogni giorno si risorgeva e questo miracolo quotidiano in me è diventata poesia, obbedienza fisica e morale. Un grande ringraziamento a Dio che mi ha dato la fortuna di vedere il mondo. Nella vita non c’è niente da capire.
(Testo raccolto da Antonella Giani – Pubblicato sul numero 29 di Giudizio Universale, dicembre 2007)

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Prorogato di 15 giorni il termine per partecipare al bando per recensori https://giudiziouniversale.wordpress.com/bando-collaboratori/

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