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In tempi di cocaina in Parlamento e Gomorra al Governo,  ripubblichiamo una recensione di Roberto Saviano su Antonio Bardellino, capoclan dei casalesi

Antonio Bardellino, il mitico boss del casertano, l’uomo che ha sconfitto Cutolo, l’uomo che pur essendo nemico dei Corleonesi riuscì a non sfidarli e a non subire affronto alcuno nonostante la sua alleanza con le famiglie perdenti di Cosa Nostra legate a Tano Badalamenti. Antonio Bardellino non aveva soprannomi. E’ forse l’unico grande boss senza soprannomi. Forse questa assenza di contronomi, per il semplice e rispettoso “don Antonio”, era dovuta alla sua capacità di mediare su ogni conflitto e ogni contrasto. Don Antonio non voleva che fosse la crisi il perno di continuità degli affari di camorra, ma fossero gli incontri, le spartizioni, le mediazioni. Tutto ovviamente dopo la sua vittoria, e tutto ovviamente sotto la sua egemonia. Non c’è mediazione vera se il mediatore non è colui che realmente comanda. E questo Metternich l’aveva insegnato a Bardellino. E ogni volta che c’erano contrasti sapeva come risolverli. Le armi erano l’ultima ipotesi, quella al sapore dell’inevitabilità.

L’intuizione della cocaina
Antonio Bardellino era il capostipite delle famiglie casalesi, il cartello criminale più feroce e sconosciuto d’Italia. Era stato il primo in Italia a comprendere che sul lungo termine la cocaina avrebbe di gran lunga soppiantato l’eroina. Eppure per Cosa Nostra e molte famiglie di camorra, l’eroina continuava ad essere la merce prima. Gli eroinomani sono vere e proprie cassaforti di danaro, mentre la coca negli anni ’80 aveva la caratteristica di essere una droga d’élite. Antonio Bardellino aveva compreso però che il grande mercato sarebbe stato di una droga capace di non massacrare in breve tempo, in grado di essere come un aperitivo borghese: creò così una ditta di import-export di farina di pesce che esportava dal sudamerica ed importava nell’aversano. Farina di pesce che nascondeva tonnellate di coca. Bardellino l’eroina che trattava la smerciava in America mandandola a John Gotti, facendogli inserire la droga nei filtri di macchine per il caffè espresso. Una volta 67 chili di eroina vennero intercettati dalla narcotici americana, ma per il boss di San Cipriano d’Aversa non fu una disfatta. Fece telefonare a Gotti pochi giorni dopo: “Adesso ne mandiamo il doppio con altri mezzi”, il quintale non venne mai recuperato. Dall’agro aversano nacque il cartello criminale che seppe opporsi a Cutolo e la ferocia di quella guerra è ancora presente nel codice genetico dei clan casertani. Negli anni ’80 le famiglie cutoliane vennero eliminate con poche operazioni militari ma di potenza violentissima: i Di Matteo, quattro uomini e quattro donne, vennero massacrati in pochi giorni, i casalesi lasciarono vivo della famiglia solo un bambino di 8 anni. I Simeone invece furono uccisi in sette quasi tutti nel medesimo tempo, come dire al mattino la famiglia era viva, presente e potente, la notte stessa era scomparsa. Massacrata. A Ponte Annicchino nel marzo dell’82 i casalesi posizionarono una mitraglietta da campo, di quelle usate nelle trincee dai guerriglieri, e spararono massacrando quattro persone.

Un carro armato alla stazione
Antonio Bardellino era amico di Tommaso Buscetta, con cui aveva diviso una villa in Sudamerica. Il cartello dei casalesi è in assoluto il gruppo imprenditorialcriminale capace di fornire sul piano internazionale referenti non solo di gruppi ma di interi eserciti. Durante la guerra anglo-argentina del 1982, la guerra delle Falkland, l’Argentina visse il suo periodo di isolamento economico più cupo. Così don Antonio Bardellino capì che era il momento giusto e senza prender parte a questioni ideologiche o strategiche entrò in affari con la difesa argentina, divenendo l’imbuto attraverso cui far discendere le armi che nessuno avrebbe potuto vendere ufficialmente. I clan si erano equipaggiati per una lunga guerra, invece il conflitto era iniziato a marzo e a giugno già se ne vedeva la conclusione. Pochi colpi, pochi morti, pochi consumi. Una guerra che serviva più ai politici che agli imprenditori, più alla diplomazia che all’economia. Ai clan casertani non conveniva neanche venderle all’Argentina del generale Galtieri. Meglio attendere una nuova emergenza bellica che avrebbe impennato i prezzi, piuttosto che svendere per accaparrarsi un guadagno immediato. Il giorno stesso in cui venne decretata la fine del conflitto fu intercettata una telefonata intercontinentale tra l’Argentina e San Cipriano d’Aversa. Due sole frasi, sufficienti però a comprendere l’intera potenza delle famiglie casertane e la loro capacità diplomatica: – Pronto? – Sì. – Qua la guerra è finita, mo’ che dobbiamo fare? – Nun te preoccupa’, un’altra guerra ci sarà… La saggezza del potere di don Antonio possiede una pazienza che spesso gli imprenditori più abili non possiedono. I casalesi nel 1977 avevano trattato l’acquisto di carri armati, i servizi segreti italiani segnalarono che un Leopard smontato e pronto per essere spedito si trovava alla stazione di Villa Literno.

Diplomazia con lo Stato
Una volta, ero ragazzino, ci fu un assalto di massa alla caserma dei carabinieri di San Cipriano d’Aversa. Decine di persone volevano distruggere gli uffici e pestare gli ufficiali perché alcuni carabinieri avevano osato intervenire durante un litigio tra due ragazzi del paese nel bel mezzo di una serata di spettacolo per i festeggiamenti patronali. I ragazzi si stavano pestando. Uno aveva guardato in faccia l’altro. Da queste parti lo sguardo è territorio. Fissare troppo un viso significa invaderlo, entrare negli appartamenti dei propri occhi, offenderlo, come strizzargli le palle. E così i carabinieri intervennero, li divisero e per questo osarono intervenire in una disputa. Innescarono una rabbia collettiva, in poco tempo decine di ragazzi del paese volevano sfasciare la caserma. La caserma dei carabinieri di San Cipriano è schiacciata in un vicolo, non c’era via di salvezza per marescialli e appuntati. Dovettero intervenire i capizona del clan per sedare la rivolta, direttamente mandati dai boss a salvare il manipolo di carabinieri. Don Antonio Bardellino aveva suo fratello Ernesto sindaco del paese, ma fece intervenire i suoi uomini per salvare i carabinieri. Don Antonio, era sempre lui a mediare tra la necessità militare e la volontà di mantenere un clima disteso. Una volta misero una bomba sempre fuori dal commissariato. Sempre lo stesso. Un gesto di ribellione di un affiliato che era stato maltrattato dai carabinieri. In pochi giorni don Antonio fece consegnare i responsabili. Non semplicemente ordine pubblico aggiunto, ma una sorta di volontà di insegnare la prassi corretta d’azione, aveva iniziato la grande trasformazione del clan in azienda. E poi in fondo la caserma dei carabinieri era in fitto. E il fitto lo pagava ad un prestanome di Bardellino. Per don Antonio la diplomazia era un’arma. Come la falange per le truppe macedoni d’Alessandro. Mediare significava avere sotto controllo chi per evitare conflitto doveva rivolgersi a lui. E il conflitto è già di per sé perdita. Può valer la pena solo quando la perdita è una febbre salutare, una sorta di salasso terapeutico. Ma don Antonio dopo decenni di potere partì per Santo Domingo. Se ne andò dal trambusto italiano. E lì si fece una famiglia altra. Figli mulatti, ma tutti con gli stessi nomi dei figli aversani. Così non si sbagliava col chiamarli e con gli onomastici da festeggiare.

La trappola mortale
Usarono le spigolosità della diplomazia camorristica per raggiungere i loro scopi i suoi due pupilli Mario Iovine, detto Marittiell’, e Francesco Schiavone, detto Sandokan per la sua somiglianza a Kabir Bedi. Volevano diventare loro i nuovi capi e sapevano che l’avrebbero potuto essere solo facendo scoppiare una guerra interna al sodalizio. Come racconta il pentito Carmine Schiavone, i due boss pressarono Antonio Bardellino per farlo ritornare in Italia e cercare di eliminare Mimì Iovine, fratello del boss Mario Iovine, che aveva un mobilificio ed era formalmente estraneo alle dinamiche di camorra ma che secondo i due boss aveva per troppe volte svolto il ruolo di confidente dei carabinieri. Per convincere il boss gli avevano raccontato che persino Mario Iovine era disposto a sacrificare suo fratello pur di mantenere ben saldo il potere del clan. Bardellino si lasciò convincere e fece ammazzare Mimì mentre stava andando a lavoro nel suo mobilificio. Dopo l’agguato, nell’immediato, Sandokan fece pressione su Mario Iovine per eliminare Bardellino dicendogli che aveva osato uccidere suo fratello per un pretesto, soltanto per una voce. Un gioco doppio che sarebbe riuscito a mettere contro Mario Iovine il più maturo tra i delfini del boss e il boss stesso, Antonio Bardellino. I casalesi iniziarono ad organizzarsi, Schiavone avrebbe dato l’appoggio totale per l’eliminazione di ogni residuo bardelliniano, erano tutti d’accordo i suoi delfini per eliminare il capo dei capi, l’uomo che più di tutti in Campania aveva creato un sistema di potere criminal-imprenditoriale. Il boss fu convinto a spostarsi da Santo Domingo nella villa brasiliana, gli raccontarono la balla che aveva l’Interpol alle costole. In Brasile lo andò a trovare Mario Iovine con il pretesto di mettere a punto i loro affari circa l’impresa di import-export di farina di pesce/coca. Un pomeriggio Iovine non trovandosi più nei calzoni la pistola prese una mazzuola, sfondò il cranio di don Antonio e seppellì il corpo in una buca scavata sulla spiaggia brasiliana. Il corpo però non fu mai trovato. Eseguita l’operazione il boss telefonò immediatamente a Vincenzo De Falco per comunicare la notizia e dare inizio alla mattanza di tutti i bardelliniani. Paride Salzillo, nipote di don Antonio Bardellino, venne invitato ad un summit tra tutti i dirigenti del cartello casalese, lo fecero sedere al tavolo e poi d’improvviso Sandokan a mani nude lo strozzò, mentre suo cugino, suo omonimo conosciuto come Cicciariello, ed altri due affiliati, Raffaele Diana e Giuseppe Caterino, gli tenevano gambe e braccia. Con le mani lo doveva uccidere. Sandokan doveva mostrare a tutti i boss che lui era l’erede, che era lui per diritto di ferocia il nuovo leader del casalesi. Salzillo doveva finire strozzato come l’impero di Bardellino.

La mediazione crocifissa
Antonio Bardellino aveva creato un sistema complesso di dominio e tutte le cellule imprenditoriali che si erano generate nel suo seno non potevano restare ancora per lungo tempo compattate negli scompartimenti gestiti direttamente da don Antonio, avevano raggiunto maturazione e dovevano esprimere tutto il loro potere, senza più vincoli di gerarchia. E don Antonio a forza di mediare si trovò vittima dei suoi delfini, che sapevano che solo attraverso un conflitto vero avrebbero potuto sconfiggere il boss, la cui diplomazia lui credeva l’avrebbe salvato per sempre. Ma qualcuno ancora crede che don Antonio sia vivo. Il suo cadavere non è mai stato trovato. Quando scavarono nella sua tomba ufficiale, riesumarono il cadavere di un nero. Quando fu ucciso, in paese, a Casal di Principe come a San Cipriano d’Aversa, vecchi contadini crocifissero delle civette ai portoni delle masserie. Chiodi nelle ali e loro, le civette, lentamente ferme a morire. Urla così strazianti di dolore che avrebbero fatto allontanare gli spettri, i demoni, una vecchia usanza contadina aversana che non avrebbe evitato le centinaia di morti per faida. Quello strillo oggi è divenuto il simbolo della mediazione diplomatica fallita. Ad oggi si preferisce il conflitto, muscolo contro muscolo. Ferocia contro ferocia. E il trionfo di questa ferocia è l’unica garanzia di pace. 

> Antonio Bardellino: sparito nel nulla nel 1988, è stato il padrino del cartello dei “casalesi”, confederazione delle famiglie camorriste del casertano che hanno affari legali ed illegali in Campania, basso Lazio, parte dell’Emilia Romagna, Umbria, Toscana, ed oltre 27 paesi al mondo tra cui Scozia, Santo Domingo, Spagna e Polonia

> Camorra: 3.600 morti in 26 anni è il gruppo criminale che ha ucciso di più in tutt’Europa. Più dell’Eta, più della mafia, più delle Brigate Rosse, più della somma di tutti i morti di tutti gli attentati terroristici avvenuti in Europa

> Il maxiprocesso contro il clan dei casalesi: svoltosi al tribunale di Santa Maria Capua Vetere e chiamato Spartacus, come il gladiatore ribelle che proprio da queste terre tentò la più grande insurrezione che Roma avesse conosciuto. Il più grande processo contro un cartello criminale per numero di imputati e condanne proposte, durato sette anni e ventuno giorni per seicentoventisei udienze complessive. Cinquecento testimoni sentiti, oltre ai 24 collaboratori di giustizia, di cui 6 imputati. Acquisiti 90 faldoni di atti, sentenze di altri processi, documenti, intercettazioni. Un processo conclusosi nel settembre 2005, con 110 condannati 70 dei quali all’ergastolo, nell’assoluta indifferenza della stampa nazionale

> Norimberga: mentre ero lì in attesa come tutti della sentenza, pensavo che quello non era un processo come altri, non un semplice e ordinario processo contro delle famiglie camorriste della provincia meridionale. Quello sembrava una sorta di processo alla storia, come una Norimberga di una generazione di camorra, ma a differenza dei generalissimi del Reich molti dei camorristi che lì erano in gabbia continuavano a comandare, ad essere i riferimenti dei loro imperi. Una Norimberga senza vincitori  

(dal numero 16 di Giudizio Universale, settembre 2006)

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Okkio, ke alla campagna bisogna esserci abituati, ke se no tradisci,vai in rovina, ti uccidi e muore anke tuo marito

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Ekko finalmente 1 ke scrive come si deve,senza troppe virgole e tutte quelle regole del kakkio.xò nn kapisco xkè nn usa mai le k

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C’è 1 barca ke va a fondo,e 1 casa col mandorlo o albicocco ke i ladri si fregano la roba,e poi nn ricordo xkè mi sono addorm..

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L’anima sopravvive in ki ci ricorda, xò tutto sto parlare di cipressi e urne nn porterà un pò sfiga? almeno è breve, xò nn è neanke in rima!

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C’è uno ke si perde e si mette in un kasino infernale. xò poi si salva e si becca anke con la tipa. un pò lungo, ma tutto in rima!

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Strippi mentali da paura e flussi di coscienza altro ke joys. solo nn capisco xkè prende la fissa di smettere di fumare

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