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In anteprima l’editoriale con cui Remo Bassetti presenta il sito www.giudiziouniversale.it
E’ ormai indelebile nella memoria collettiva la maniera in cui Bettino Craxi fu espulso dal proscenio politico: sotto un lancio di monetine davanti all’Hotel Raphael. Caduto nell’oblio, invece, è uno dei modi principali con cui la scena politica cercò di guadagnarla. Un bel giorno se ne uscì dicendo una cosa del tipo: “Noi socialisti non ci riconosciamo nella tradizione marxista. E’ venuto il momento, piuttosto, di rivalutare Proudhon”. Forse chi fosse il filosofo lo sapevano in pochi, ma di sicuro erano il quadruplo, specialmente nell’ambito parlamentare, di quelli che lo sanno oggi. Eppure Craxi ritenne quel riferimento una mossa politica adeguata e spiazzante. Come si vede, dunque, egli non fu solo quel dubbio precorritore della modernizzazione, come oggi viene ricordato da coloro che intendono riabilitarne la figura, ma fu ancora e a pieno titolo un uomo appartenente a una fase culturale del nostro paese che sembra oggi lontana anni luce. Una fase nella quale il background della nostra classe politica era ancora informato a un’educazione umanistica e ai suoi codici. E’ evidente a tutti che oggi, per ignoranza non meno che per calcolo, nessuno si sognerebbe di citare Proudhon per prendere voti, avendo a disposizione argomenti e forme retoriche più spicce, volgari e didascaliche.
Ma a questo scarto, che potrebbe persino apparire un’evoluzione positiva, in senso democratico e anti-elitario, è direttamente collegata una conseguenza importante: ipocrita o meno che fosse il suo volare su temi elevati, Craxi dovette abbandonare il paese a fronte di alcuni scandali; oggi, scandali non meno impressionanti suscitano fastidio verso colui che li denuncia, e la reazione di una buona parte della popolazione si sostanzia in un: “E allora?”. Così, all’indifferenza di quella parte di popolazione ci si può appoggiare per rimanere al potere, giocando a semplificare la coincidenza tra consenso popolare e democrazia.
Di fronte a questo l’intellighenzia si divide in due. Da una parte vi è chi continua in un puntuto inseguimento delle infrazioni, provando a dimostrare che le corruzioni non hanno spostato dieci milioni ma venti, che i reati non sono cinque ma cinquanta. Il che sarà pure eticamente meritorio, ma da solo è finalisticamente sterile. Per indignarsi basterebbero ( e avanzerebbero) dieci milioni e cinque reati: se uno dimostra di essere immune è inutile insistere e rilanciare. Sarebbe come convincere un sordo della bellezza della musica proponendo al suo ascolto strutture armoniche sempre più complesse. Dall’altra parte, vi è un compiaciuto elogio del fantuttismo: chi è al potere fa quello che tutti fanno e vorrebbero fare. Perché i magistrati se la prendono con lui? Dopo di che, il fantuttismo viene elevato a morale dominante e prêt-à-porter, e dietro il codardo paravento della trasgressione altrui si nasconde un’arroganza priva di ogni splendore nietzschiano. Da questa sostanziale incomunicabilità di mondi non si esce se non si entra nell’ordine di idee di: 1) capire perché c’è quel consenso; 2) capire attorno a quale collante alternativo, e socialmente compatibile, può essere costruito un nuovo consenso; 3) spiegare perché il secondo collante è preferibile al primo per la collettività e, di riflesso, per l’individuo.
Una microcondotta capace di far saltare i nervi a chi vive in una città è bloccargli l’uscita dell’automobile con il proprio veicolo. Sono certo che sull’antisocialità di questa ostruzione ognuno dei nostri anti-moralisti avrebbe pochi dubbi: trovandosi nel ruolo della vittima sbraiterebbe contro il sopruso e, persino, chiamerebbe un vigile. Non direbbe che bisogna mediare tra le due posizioni invece che criminalizzare quello che ha parcheggiato male, o candidarlo ad assessore alla viabilità; non direbbe che con il morire delle ideologie tutte le distinzioni sono sfumate, che bisogna riscrivere il codice della strada, non accetterebbe di essere definito un rudere del passato, insensibile alla modernità e ai costi che essa comporta né uno snob che subito si pone su un presunto piano di superiorità civica rispetto all’interlocutore. Non accoglierebbe a capo chino quest’ultimo quando, con ancora tracciato all’angolo superiore del labbro il baffo del cappuccino che ha appena consumato al bar, gli dicesse: “Ma insomma… lo fanno tutti!”. E nessuno, in questo caso, difenderebbe ideologicamente il primo automobilista, a meno di non coltivare, molto scioccamente, l’intima certezza di potersi trovare nella vita sempre nella parte di quello che blocca, e mai in quella di chi viene bloccato.
La vita pubblica, ma anche quella privata, è ormai un percorso accidentato, disseminato di ignoranze e inciviltà. Ciò è potuto accadere perché la cultura è stata gradualmente espulsa dai contesti che dominava – cominciando dalla politica ma finendo persino con la scuola e l’editoria – ed è stata sostituita da una nuova prospettiva che però, come ultimo onore delle armi al caduto, o forse supremo scippo d’identità, ha preso a fregiarsi anch’essa dell’appellativo “cultura”: è la “cultura aziendale”. Sia chiaro che l’azienda è un motore sociale, e non necessariamente s’identifica con la grettezza e l’egoismo: però è una cosa diversa dalla cultura, con la quale deve continuamente misurarsi e convivere, integrarsi e sovrapporsi. Rimane il fatto che in alcuni casi è prioritaria la quadratura dei bilanci e in altri l’affermazione di valori umani irriconducibili all’arricchimento e alla produttività.
Le più impressionanti dismissioni a favore dell’azienda sono avvenute proprio da parte della politica e dell’editoria. Il cavallo di Troia attraverso cui l’azienda è penetrata nei settori cardine della vita sociale è il target: per effetto di questo strumento la politica non è più l’esercizio della persuasione rispetto a un’idea originaria bensì l’appalto della propria azione ai sondaggi e agli istinti dei consumatori. Non diversamente agiscono i giornali che, formatisi un pubblico, lo corteggiano confermandolo nelle opinioni che già possiede. Ognuno rimane avvinghiato al suo media (sia esso il Tg4 o il quotidiano Repubblica) come a una coperta di Linus e la circolazione delle idee, che si sviluppa nel confronto aperto tra le opinioni piuttosto che nella chiusura di ognuna nel suo recinto, muore miseramente. Allo specialismo professionale, che già modella spesso personalità meno ricche e sfaccettate, si aggiunge lo specialismo umano, la cristallizzazione della personalità individuale secondo gli schemi dettati dal target di appartenenza.
Ci sono vari modi in cui potremmo presentare questo magazine on line: un sito che recensisce tutto, un quotidiano culturale, una rivista espressione di impegno civile. Tra tutti, scegliamo questo: vogliamo essere il partito-cultura. Immaginando e sperando che ancora un anfratto ci sia nel mondo dominato dal partito-azienda e usando quest’immagine senza la pretesa di aspirare a rappresentanze parlamentari.
Per cosa può combattere un partito-cultura? Alcuni obiettivi affiorano d’impulso: la riqualificazione professionale e salariale dell’intero corpo insegnante, che dovrebbe essere la spina dorsale di una civiltà; la diffusione nel corpo sociale dello specifico femminile, dunque non la semplice emancipazione della donna ma la valorizzazione dell’identità di genere quale modello culturale rilevante, e anzi paradigmatico; la netta apertura verso la società multirazziale, pur con la cura di gestirla piuttosto che farsene travolgere; la difesa delle istituzioni, in uno con la tutela dei criteri per la loro credibilità; il ruolo attivo dello Stato nella promozione dei valori costituzionali; il ripensamento del modello di sviluppo consumistico. Frequentemente, dunque, di questi temi qui si troverà traccia.
La ricetta che seguiremo, il più delle volte, sarà quella della “recensione”, applicando lo schema al materiale culturale tradizionale – del quale proporremmo un’offerta complessiva che aspira a non avere molti eguali sul web e nemmeno su carta – ma anche a tutto ciò che è in qualche modo rivelatore del nostro tempo. Ci ispireremo a un modo di sentire la cultura che è allegro, lieve talvolta, quasi edonista, mai penitenziale. Proveremo a dimostrare che internet non significa la morte della cultura, e tanto meno della lettura, cercando anzi di rendere reciprocamente funzionali i rimandi tra la carta e la rete: il nostro stesso progetto troverà compimento con la pubblicazione di libri. Considereremo una ricchezza il binario parallelo che la forma-sito impone ai pareri degli esperti e agli interventi scompaginanti dei lettori, e la contaminazione in genere. Il sito, che riceverà aggiornamenti quotidiani, ambirà, nel suo impeto “universale” a divenire una piccola, essenziale enciclopedia del presente. Confideremo, in questo modo, di scuotere gli animi dai rischi dell’apatia, dell’isolamento, dell’egocentrismo. Perché, se è vera la nota asserzione che la cultura è ciò che rimane quando si è dimenticato tutto, è ancora più vero che la cultura, la politica e la solidarietà sono quelle che mancano, tutte insieme, quando si sono dimenticati gli altri.
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Inside news: la redazione è febbrilmente al lavoro sugli ultimi ritocchi, stiamo tentando di familiarizzare con il programma che permette l’inserimento degli articoli… Intanto domani in anteprima sarà online il primo editoriale del direttore Remo Bassetti: trombe sassofoni e fuochi d’artificio!
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Ricordiamo Alda Merini con un suo articolo scritto per Giudizio Universale esattamente due anni fa. A rileggerlo oggi è quasi un testamento spirituale.
La domanda se rinasco? E’ una domanda strana. E poiché non credo alla resurrezione, e sono sempre stata una donna felice, non saprei cosa rispondere. Io rifarei tutto il mio percorso storico, ma mi fermo a volte su un problema che non ho mai risolto: che cos’è il male? E non parlo solo del male fisico, ma soprattutto del male morale. Il manicomio creava malesseri infernali, ma Basaglia, con la legge 180, non intendeva sguinzagliare i malati per le strade e farne una specie di carneficina: voleva strutture complete, dove l’ospedale psichiatrico fosse anche associato alla felicità del malato. Invece ci si è trovati di fronte a una strana inflorescenza: i medici bravacci, i soccorritori improvvisati, aggiunti a gente incompetente. Io mi meraviglio del fatto che in una società così avanti, la malattia mentale sia guardata con sospetto e i malati siano visti come degli invasati o degli indemoniati. Siamo tornati al medioevo. La religione non ci aiuta più. E soprattutto nei manicomi il malato era considerato un oggetto senz’anima, uno schiavo ingiustamente punito.
L’anima è un concetto astratto. Nessuno ha mai visto l’anima mentre è più facile vedere un bel corpo o un corpo deforme. L’apparenza non è uguale al pensiero, pensiamo a Leopardi, pensiamo a tanti altri geni che non avevano la fortuna di essere delle veline. Però, insomma, mentre una volta si studiava senza vedere l’autore, oggi l’autore va visto a tutti i costi, come un bel paesaggio, e non si tiene conto del fatto che l’autore per creare ha bisogno della solitudine: io dico che in manicomio questa solitudine l’ho trovata.
Un’infanzia difficile non fa presagire un buon successo nella vita. Però i bambini del mio tempo erano furbi e caparbi, e avevano scoperto che l’obbedienza è la prima regola della disobbedienza: quindi inventavano evasioni a margine di una buona condotta. Si sa che quanto si dice del bambino è un po’ una favola. C’è nel bambino l’uomo in nuce, il principio dell’uomo che sarà cattivo o meno a seconda dell’educazione e delle sue inclinazioni. Questa scoperta del bambino dovrebbe essere fatta dalle madri per agevolare le inclinazioni dei loro figli. E’ una cosa che raramente le madri sanno fare, volendo impartire al figlio quelle lezioni di moralità che li renderà felici. Immorale è la conquista della felicità non pagata. Oggi i figli hanno tutto pronto in casa. E perciò va in giro una grande catena di squilibrati e malcontenti. Tenuto conto che l’uomo, come dice San Francesco, è fatto di terra con un soffio d’anima, si può parlare anche di morte per l’uomo che si crede eterno. In manicomio tutto questo l’ho vissuto ogni giorno, potevamo morire, ma ogni giorno si risorgeva e questo miracolo quotidiano in me è diventata poesia, obbedienza fisica e morale. Un grande ringraziamento a Dio che mi ha dato la fortuna di vedere il mondo. Nella vita non c’è niente da capire.
(Testo raccolto da Antonella Giani – Pubblicato sul numero 29 di Giudizio Universale, dicembre 2007)
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Prorogato di 15 giorni il termine per partecipare al bando per recensori http://giudiziouniversale.wordpress.com/bando-collaboratori/
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Okkio, ke alla campagna bisogna esserci abituati, ke se no tradisci,vai in rovina, ti uccidi e muore anke tuo marito
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Ekko finalmente 1 ke scrive come si deve,senza troppe virgole e tutte quelle regole del kakkio.xò nn kapisco xkè nn usa mai le k
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C’è 1 barca ke va a fondo,e 1 casa col mandorlo o albicocco ke i ladri si fregano la roba,e poi nn ricordo xkè mi sono addorm..
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